Ogni anno la Giornata Internazionale della Donna si ripropone con lo stesso copione. Mimose agli angoli delle strade, post celebrativi sui social, sconti “per lei” nei negozi, serate “dedicate” nei locali. Festeggiamo un traguardo che, a guardare bene i dati statistici, non abbiamo ancora raggiunto.
Secondo il Rapporto ISTAT sul Mercato del Lavoro 2024, mentre al Nord il tasso di occupazione femminile sfiora o supera il 60-65% (avvicinandosi alla media europea), in regioni come Sicilia, Campania e Calabria il dato crolla drasticamente, oscillando spesso tra il 32% e il 35%. Ma il problema non è solo quanto ma come lavoriamo. Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) elabora i dati ISTAT per analizzare la “qualità” del lavoro. Il rapporto del 2025 scatta una impietosa foto alla precarietà: quasi una lavoratrice su quattro è incastrata tra part-time involontari e contratti a scadenza. È l’eredità di un sistema che delega ancora tutto il lavoro di cura – figli, anziani, casa – sulle spalle femminili. Un carico sociale mal distribuito che soprattutto nel Mezzogiorno costringe le donne fuori dal mercato del lavoro o in impieghi precari, molto più che nel resto d’Italia. I dati EUROSTAT confermano il divario territoriale italiano: le regioni del Sud Italia (specialmente Campania e Sicilia) occupano regolarmente gli ultimi posti nell’intera Unione Europea per occupazione femminile, insieme a zone rurali della Grecia o della Bulgaria.
Non si tratta però solo di stipendi o contratti. C’è una ferita più profonda che attraversa l’Italia. I dati sui femminicidi ci dicono che soprattutto la “casa”, il luogo che dovrebbe essere il più sicuro, per troppe donne resta il più pericoloso. I nomi delle donne vittime di violenza resta sospeso nel dibattito pubblico a ricordarci che la violenza di genere non è un’emergenza isolata, ma il sintomo di una cultura che fatica a cambiare pelle. Mentre in Spagna si scende in piazza in massa e in Iran si sfida il regime per una ciocca di capelli, in Italia l’8 marzo rischia di scivolare via tra un aperitivo e un mazzo di fiori. Eppure, le parole di Simone de Beauvoir del 1949 risuonano oggi più che mai moderne: “Basta una crisi perché i diritti delle donne vengano rimessi in discussione”.
Ancora oggi queste parole risuonano come un avvertimento. In Italia abbiamo più laureate che laureati, donne che scalano professioni un tempo precluse, una consapevolezza pubblica mai così alta. Ma queste eccellenze convivono con ritardi strutturali che pesano come piombo. Per questo l’8 marzo non può essere – solo – una festa. Pensiamo piuttosto a questo giorno come a un “promemoria”, un momento in cui la società è costretta a guardarsi allo specchio e ammettere una verità scomoda: l’uguaglianza che raccontiamo nei discorsi ufficiali non è ancora quella che viviamo nelle strade, nelle case e negli uffici. Finché l’occupazione femminile resterà così lontana da quella maschile, finché la maternità continuerà a pesare come una colpa professionale e la violenza una costante statistica, ci sarà ben poco da festeggiare.
Daniela Siano

