La galleria Civico 23 no profit art space di Salerno ha ospitato l’antologia di Antonio Petti dal 18 Aprile al 02 Maggio. Antonio Petti è stato ed è con certezza, uno dei più importanti esponenti del panorama artistico e contemporaneo salernitano soprattutto durante il periodo degli Anni 70’, in cui la stessa città di Salerno era una fervente fucina culturale e di scambi intellettuali.
Di lui, importanti firme del secolo scorso come Filiberto Menna, Edoardo Sanguineti oppure Enrico Crispolti hanno scritto pagine meravigliose in cui hanno sottolineato, a più riprese, il suo impatto nel panorama culturale italiano. La mostra antologica a lui dedicata presso il “Civico 23” ha lo scopo di raccontare, di sbirciare, di dare uno sguardo al suo percorso autoriale ed artistico che ha trovato nel disegno il suo più alto mezzo di espressione: egli nasce da e col disegno come mezzo per esprimere la sua carica artistica ed anche politica.
Nato a Napoli nel 1936 e più precisamente nel quartiere “Vasto”, per alcune vicissitudini si ritrovò in collegio ed una volta uscito, si iscrisse al Partito Comunista Italiano alla sezione Vicaria (anni 50’) ed è stato da questo ambiente che ha tratto quella forza che poi ha pervaso i suoi disegni, alcuni dei quali presenti in questa esposizione e che rappresentano la prima parte della stessa: questi disegni, mostrano un segno grafico forte, marcato e matericamente presente ed espongono un continuo contrasto tra bianco e nero, tra il chiaro e lo scuro, un contrasto tanto necessario quanto ricercato. Questi disegni mostrano tutto quel sentimento di forza e militanza politica che lo impregnarono in quel periodo: negli anni 70’, come scrisse Menna in “Paese Sera” del 1983, le sue figure/i suoi personaggi erano “intrappolati” in una ragnatela invisibile che li tratteneva ed allo stesso tempo li rendeva protagonisti come fossero attori su di un palcoscenico, dove però non c’era sfondo o ambientazione, quasi fossero le vicissitudini possibili vissute da ogni uomo come scrisse poi Crispolti. Visto le penne che ne tessero le lodi, Antonio Petti è senza dubbio un artista che ha segnato il suo tempo. Le sue sono figure che possono diventare esempio, ma che allo stesso modo si dimostrano assolutamente umani nel grande palcoscenico della vita.
È interessante menzionare, sottolineare come in quegli anni il suo sentire “militante” si espresse anche nei testi illustrati come “Dal Vangelo secondo San Luca” realizzato in collaborazione con i testi di Dario Micacchi, “Guarracino” o anche il suo “Pinocchio” (qui purtroppo non in mostra) tanto anticonformista, ribelle e a tratti violento da essere più simile a Masaniello piuttosto che al personaggio di Collodi (e presso il Parco Pinocchio a Salerno c’è proprio una scultura in bronzo di Petti raffigurante un Pinocchio fiero e gioioso, circondato sa mosaici policromi che raccontano la storia collodiana). Nel corso degli anni Petti ha continuato a realizzare, a dipingere questi gruppi di figure fuori dal mondo e dal tempo e caratterizzate da questo segno nero marcato e significante che sembrano quasi in attesa di un cambiamento, “di qualcosa che cambi”.
Quando l’animo politico cominciò a calmarsi (dopo i sanguinosi “anni di piombo” di fine anni 60’- inizi anni 80’), e da qui si passa alla seconda parte della mostra, si concentrò sulla pittura, abbandonò china ed inchiostro e questo marcato segno nero a favore di un tratto più lieve: in questa seconda fase ritornano le figure umane, però questa volta narrano lo svolgimento del vivere quotidiano dell’essere umano attraverso la dominazione del suo assordante silenzio. I colori da lui utilizzati (verde, azzurro, viola e rosa) servono a costruire quasti paesaggi e contesti fiabeschi, un altrove che ricorda i dipinti di Chagall: le figure umane sembrano “pacificate” dopo anni di lotta in questa dimensione quasi onirica, dove ogni pennellata mescola colore su colore e crea contrasti e vicinanza di intenti. La sua pittura mette sotto la luce, l’intimità che gli esseri umani vivono, il loro meditare e la loro tensione verso un altrove.
In mostra è presente anche l’ultimo lavoro di Antonio Petti. Si tratta di un’opera in ceramica realizzata qualche anno fa presso la ceramica “Vietri Scotto Srls” a Molina (Salerno) di Danilo Mariani e Daria Scotto: in quest’opera, dove le sagome gli sono state realizzate, lui riprende e disegna qualcosa a lui affettuosamente caro e ricorrente e cioè “i volti”, queste figure quasi caricaturali provenienti da un mondo fantastico. Essi, disegnati e riprodotti su entrambi i lati, sono stati realizzati su questa superficie bianco perla della ceramica e, in netto contrasto, con questa linea nera marcata che crea e costruisce; questi volti plasmano, riempiono e delimitano lo spazio dove vengono collocati. Questi volti rappresentano per Antonio Petti, un qualcosa/un elemento che lo ha accompagnato per tutta la vita e che ne costituisce la cifra stilistica da tramandare. Durante la presentazione di questa mostra antologica, sono stati gli stessi ceramisti a raccontare il processo di creazione dell’opera: la signora, che è stata anche attrice teatrale presso il “Travell Mart Teatro”, ha raccontato di aver conosciuto Antonio Petti negli Anni ’70, quando l’artista realizzò i costumi per uno spettacolo teatrale della compagnia. L’amicizia che nacque allora, proseguì poi negli anni. Qualche anno fa ella andò a trovarlo e poco tempo dopo lui ricambiò il gesto, andando a trovare la coppia presso il loro laboratorio ed entrambi avevano notato che suo marito Danilo aveva realizzato delle sagome con dei volti e lei gli chiese se, magari, avrebbe potuto realizzare delle opere in ceramica diverse dal solito. Ne nacque quest’opera straordinaria dove Petti realizzò i disegni, loro li ingrandirono e li riportarono sull’argilla che fu intagliata; il tutto fu poi “incollato” su delle piastre che a volte riescono a riproporre la stessa ombra del disegno realizzato, il tutto fu poi cotto ed infine l’artista ritornò a dipingerle. Ed ecco che nacque un’opera pregevole.
Chiara Avallone

