Stamattina il Teatro di Ateneo dell’Università degli Studi di Salerno ha accolto Ermal Meta per un incontro speciale con gli studenti, dedicato al suo percorso da narratore.
L’evento, parte del programma culturale dell’edizione 2025 Premio Charlot, ha visto il cantautore presentare il suo secondo romanzo, Le camelie invernali, in un dialogo aperto moderato dal giornalista Rai Gianmaurizio Foderaro.
Ermal Meta ha raccontato la genesi dei suoi libri, il suo rapporto con la scrittura e il bisogno di esprimersi anche al di fuori della musica, sottolineando come la narrazione gli permetta di esplorare emozioni e pensieri in modo diverso, ma altrettanto profondo.
Durante la presentazione del suo nuovo libro, Ermal Meta ha offerto al pubblico molto più di parole stampate: ha condiviso riflessioni, esperienze personali e una visione autentica dell’arte e della vita. L’incontro ha toccato temi come la memoria, l’identità, la fragilità e la forza delle parole. Gli studenti hanno partecipato con interesse, ponendo domande e condividendo riflessioni, trasformando l’appuntamento in un vero momento di scambio umano oltre che culturale.

«Siamo un prodotto del movimento, non dello stare fermi» ha detto rivolgendosi alla platea di studenti, aprendo l’incontro con una frase che racchiude il senso stesso del suo percorso creativo. Per lui il talento non basta: «Il talento è ingannevole, ti fa sentire superiore agli altri e finisci per rallentare. Il talento deve essere accompagnato dalla disciplina». Una disciplina che lui definisce «Il muscolo principale dell’essere umano», da allenare ogni giorno, anche sotto pressione: «Bisogna sentirsi spalle al muro per andare avanti».
Con sincerità, ha raccontato il suo processo creativo: «Ho un catalogo di canzoni brutte. Ho scritto 700-800 canzoni, 70 valide. Ma mi ricordano il tempo che ho speso per affinare un metodo. Il gusto cambia ma nella sua evoluzione aumenta la tua percezione del mondo».
Nel dialogo con il pubblico, ha toccato anche il tema della tendenza a riprendere la vita con gli smartphone invece di viverla: «Quello che riprendete è la riduzione della realtà», sottolineando come ogni narrazione sia inevitabilmente parziale. E infine, un invito a non chiudersi: «Dobbiamo essere spaventati di restare chiusi dentro, non fuori». Un pensiero che richiama la “Favola di Flaubert”, dove il confine tra immaginazione e verità si dissolve nella ricerca di senso.

Daniela Siano

