La galleria no profit “Civico 23” ha riaperto il suo spazio ospitando, dal 20 settembre al 04 ottobre, Giancarlo Pavanello e la sua “Manga da arredamento”.
Originario della splendida Venezia e poi milanese di adozione dal 1978, Pavanello è un artista, uno scrittore, un poeta discepolo di una poesia totale, una poesia che si fa sia poesia verbale sia poesia visiva ed è quest’ultima sua anima che è protagonista e si mostra al Civico 23.
Pavanello arriva con una serie di lavori recenti e frutto di un lungo percorso riflessivo e pratico che ha impiegato diversi anni per raggiungere questo “risultato” che lo ha reso uno dei protagonisti dell’arte Verbo visiva. È infatti dagli anni ’70 che comincia a maturare e a giungere ad una sintesi tra grafie enfatiche, testi calligrafici, pittura a inchiostro che è marcante nel segno grafico, comincia a pensare ed a realizzare sperimentazioni verbo-visive, realizza un sunto tra una ricercata scrittura letteraria ed una sorta di ecclettismo delimitato. Tutto questo è ben evidente nelle opere esposte dove non mancano neanche pagine dove la sola presenza è quella del segno, un segno che è forza e presenza.

Ben presto è stato in grado di uscire dall’isolamento dei primi anni ed emergere nei grandi contesti internazionali della “poesia concreta”, della “poesia visiva”… della “poesia totale”, ma allo stesso tempo ha saputo ben presto distinguersi attraverso la scelta del testo poetico come mezzo e strumento della sua arte: il suo è un testo poetico, breve, e grafico dove ha sempre preferito far riferimento al suo percorso personale svincolandosi da ogni rigidità. Ha sempre preferito poter spaziare tra ripensamenti e spunti delle proprie ricerche: dagli scritti qui esposti. Nella trentina di opere esposte la poesia espressa attraverso il segno grafico si unisce e si accosta spesso anche ad alcuni disegni di figure umane, immagini e fotografiche che dimostrano il suo essere poliedrico e dinamico nella sua produzione artistica. Le opere sono disposte in modo consequenziale lungo le tre pareti dello spazio espositivo della galleria, creando un ritmo cadenzato e sostenuto così da incalzare l’osservatore a puntare il proprio sguardo su ogni opera: così facendo egli sarà in grado di cogliere l’arte di Giancarlo Pavanello.
Non c’è un’unica lettura dei linguaggi presenti nelle sue opere, soprattutto quando si osservano i suoi “cartoni” provenienti dalla serie “Graffiti domestici”: spesso la presenza di più linguaggi, anche quelli tra essi complementari, può provocare un certo disorientamento tuttavia esso servirà a raggiungere una maggiore comprensione. Il segno che Pavanello imprime sul supporto spesso lascia solo intendere il messaggio che vi è “scritto”. In altre opere sono presenti chiazze di colore o cancellature che le rendono poco leggibili, ma ciò non priva l’opera stessa della funzionalità di ogni elemento che si alterna all’altro: questo alternarsi nasce da esigenze di ordine collettivo soprattutto se riguardano il vissuto dell’artista, politica oppure il sociale.

Non c’è un confine netto, ma solo il potere dell’immagine e le sensazioni che essa è in grado di creare in un gioco continuo di scrittura ed immagine dove ogni sensazione/emozione è immediata, diretta, diversa nel momento dell’osservazione dell’opera. C’è il momento della riflessione che precede la realizzazione come lo stesso Pavanello ha raccontato e che si evince nel momento dell’approccio al suo lavoro, tuttavia non c’è nulla di ripetitivo anzi c’è un certo spirito ironico e giocoso. Pavanello ha da sempre sostenuto e continua a sostenere che un artista non finisce mai di imparare, di aggiungere qualcosa al suo percorso: cambiano i tempi, le visioni del mondo cosi come la propria visione (e di se stessi) e quindi si modifica il contenuto di un’opera senza conformarsi alle mode, alle direttive dei critici. In gioventù è partito da frasi leggibili, poco leggibili e non leggibili (poiché cancellate) realizzate con pittura ad inchiostro; poi dalla maturità ha sentito il bisogno di utilizzare altre tecniche ed ha ripreso a studiare la pittura (abbandonata da ragazzo) per combinarla alla sua scrittura; ha utilizzato la fotografia per associarla alla scrittura o per renderla una scrittura rendendo il tutto un discorso visivo; dagli anni duemila ha ripreso il disegno (come nella serie “Graffiti domestici” su cartoni 50×70 cm oppure 70×50 cm qui esposti dove troviamo un po’ tutte le tecniche da lui utilizzate). Infine ha dato un ruolo agli ambienti dove ed attraverso i quali mostra i propri lavori. Giancarlo Pavanello ha trasformato la scrittura in sensazione cognitiva e formale.
Chiara Avallone

