L’arte può attingere dal passato o proiettarsi nel futuro, può essere nitida ed ordinata oppure “opaca” e priva di confini precisi. Ha cercato e cerca sempre di afferrare i sussurri più silenziosi ed i rumori più forti, cercando poi di lasciar scorrere il flusso senza restrizioni o cercando di codificarne una lettura in sistemi “delineati”.
La galleria no profit “Civico 23” si è inserita in questo contesto ospitando, dall’ 08 al 22 Novembre 2025, Federico Federici con la sua mostra personale “Unmastered Bones”.
Nato nel 1974, si è laureato in fisica ed oggi è insieme sia fisico sia artista: ragione e precisione matematica dialogano insieme a creatività ed espressività in un discorso continuo che lo ha portato a divenire un artista concettuale poliedrico ed attivo nei campi della poesia e della poesia visiva, della scrittura asemica, della pittura e della video arte, delle installazioni oltre che attivo nei campi della fisica e della matematica. La fisica è un qualcosa che non ha abbandonato anzi la insegna e torna nelle sue opere: questi due lati convivono nella personalità di questo artista convivendo in straordinaria simbiosi. Questa unione Tutto questo è assolutamente presente e visibile in questa personale e punto di partenza di questa mostra è lo spunto da cui essa nasce.

Questa personale trae ispirazione da “UNMASTERED BONES”, omonima suite jazz pubblicata nel 1956 da Charles Mingus che si caratterizza per essere un vero manifesto politico ed antropologico: si tratta di quattro movimenti/quadri musicali corrispondenti ognuno ad una fase della storia umana quali evoluzione, complesso di superiorità, declino e distruzione. Qui Mingus porta una sorta di improvvisazione strutturata dove, al posto del pentagramma c’è una partitura mentale comunicata attraverso la voce o attraverso il pianoforte; pur avendo parametri precisi, ogni brano permetteva la libera interpretazione dei solisti i quali poi sviluppavano ognuno un tema. Federici fa un passo in più: estende l’improvvisazione (tratto spesso tipico di un artista) strutturata e schematizzata di Mingus alla scrittura asemica. Non ci sono divisioni o partiture musicali o linguistiche, non c’è uno schema prestabilito, anzi sembra di trovarsi di fronte ad una lavagna dove l’artista dispone, quasi “a caso”, i suoi “fogli di appunti” fissandoli un momento sulla parete per poi riflettere sul come andare avanti: egli intende criticare in modo sottile, quel complesso di superiorità dell’essere umano che si districa in un miscuglio di segni apparentemente senza senso o ordine. E’ importante sottolineare il fatto che le pagine di questo “libro d’artista” sono state esposte qui per la prima volta ed affermano la volontà di Federici si sottolineare il processo di eliminazione di vincoli e la successiva esplorazione del senso priva dei limiti stessi.

In questo contesto bisogna distinguere tra il senso di quantità ed il concetto di numero: entrambi questi elementi sono ben evidenti in queste pagine dove sono presenti numerosi numeri in ordine crescente e decrescente, posti in senso verticale ed orizzontale, sopra e sotto. E’ lo stesso artista a spiegarlo: <<Il primo può essere compreso come una struttura cognitiva che possiamo supporre essere innata, mentre quest’ultimo definisce un livello più alto di astrazione, un elemento linguistico che non necessariamente si sviluppa spontaneamente>>. Quindi nonostante la mancanza di qualsiasi vincolo, l’artista mantiene un proprio ordine ed una propria logica dove gli elementi del suo linguaggio artistico sono scritte e numeri, quest’ultimi proveniente dalla sua formazione di fisico (tratto che non lo abbandona mai).
Un altro elemento interessante è la scelta del materiale di scrittura e cioè la carta alluvionata: si tratta di fogli provenienti da una cartiera danneggiata da un’alluvione che lui è stato in grado di “trasformare” in un qualcosa di nuovo per poterli utilizzare al fine del suo obiettivo, dove anche l’errore è parte dell’atto creativo. Sono fogli stampati con un toner esaurito e poi rielaborato con inchiostro, matita ed altri supporti, sono fogli usurati e rovinati dall’azione dell’acqua dove la parola o il segno creano uno spazio delimitato tra contenuto e materiale. La scelta del materiale qui ha un ruolo fondamentale perché consente all’artista di risvegliarsi da una sorta di torpore e di far partire il vero atto creativo: il suo senso si esprime nell’uso continuo e circolare della carta stessa, nel suo uso “comune” e non è un supporto fisso ed immutabile anzi. Si tratta di materiale consumato e riusato che sa di “passato” e ciò non è difetto anzi pregio e dono: diventano elementi di un nuovo stato iniziale. Il passato si riattiva e si fa di nuovo strumento di arte e di scrittura: su questo “nuovo” supporto, la stratificazione asemica proposta da Federici, fiorisce sulla carta senza che vi siano modelli di riferimento e vincoli ad un imporre un ordine e senza il rischio di creare un “secondo originale”.

Attraverso un processo di scioglimento del binomio oggetto-opera e del riappropriarsi di un processo praticabile quale il mostrare altro non significa sostituire ciò che manca, Federici richiama ancora una volta le parole di Mingus che sosteneva «You can’t improvise on nothing, you gotta improvise on something» cioè «Non puoi improvvisare sul nulla, devi improvvisare su qualcosa».
Questa opacità e mancanza di vincolo, suscita nell’osservatore il desiderio di riflettere e focalizzarsi su ciò che è importante e sull’andare oltre la prima visione, ad aprire la mente ad una nuova prospettiva di lettura: la possibilità che non ci sia un originale vero e proprio a favore di uno rinnovato sguardo critico derivante dalla scrittura asemica (di cui lui è esponente).
Il visitatore si trova inoltre proiettato in una dimensione concettuale proprio grazie a questi fogli di carta alluvionata che lo guidano verso un atto creativo rivitalizzato e libero da ogni pregiudizio e limite prescritto.
Chiara Avallone
