La stagione espositiva al Civico 23 si apre con una importante personale dell’artista e scrittore Giancarlo Pavanello.
Reduce da una mostra a lui dedicata dal titolo “VERBO VISIVO: una triade di Giancarlo Pavanello” tenutasi a Braga (Portogallo), rispettivamente alla ZET gallery, al Museu Pio XII e alla Biblioteca Lùcio Cravero da Silva, sotto la curatela di Helena Mendes Pereira, in occasione della mostra salernitana presenterà una serie di lavori recenti quale risultato di una ricerca pluriennale condotta con determinazione e forza creativa che lo hanno reso celebre come uno degli artisti pionieri dell’arte verbovisiva.
L’inaugurazione si terrà il 20 settembre alle ore 19.00 e proseguirà fino al 4 ottobre 2025. “La capacità di Pavanello di usare la scrittura come mezzo “estetico” di comunicazione rende la sua ricerca particolarmente interessante, d’altronde la scrittura non è l’unica protagonista delle sue opere, anzi l’accostamento ad immagini, disegni, fotografie ci mostrano quanto la sua arte possa considerarsi ibrida, a tratti impura (se per purezza intendiamo un tipo di ricerca settoriale, incontaminata), sorprendentemente dinamica e produttiva.

Eviterei di focalizzare l’attenzione su quanto di Giancarlo Pavanello è stato scritto, specie se consideriamo l’accostamento della sua opera alla poesia visiva, alla narrative art o alla scrittura asemica, che pure hanno avuto un ruolo importante nella ricerca condotta dall’artista sin dagli anni 70. Sarei piuttosto propenso ad analizzare le opere di Giancarlo come esempio, eccellente, di condensazione tra valore estetico (in questo caso ricorrendo al termine di derivazione greca Aisthesis che letteralmente si traduce in sensibilità, percezione) e valore percettivo/cognitivo.
Laddove nell’opera di Pavanello non riusciamo a scorgere un’unica linea di lettura, specie nei suoi “cartoni” appartenenti alla serie “Graffiti domestici”, è proprio allora che ci imbattiamo in quello che comunemente definiamo “perdita del senso”. Perdita che però non va identificata nella sua accezione negativa, ma interpretata come punto di forza di una percezione/sensazione che ci fa approdare verso altre soluzioni di ordine compositivo e comunicativo.

Soluzioni che ribadiscono come un alternarsi di linguaggi diversi, anche se tra loro complementari, ci spingono inizialmente a sperimentare un disorientamento che ci servirà a restituire alla percezione un’attenzione e una comprensione più completa ed esaustiva. Nelle opere di Pavanello il segno “calligrafico” si imprime sulla superficie del supporto, lasciando intendere solo a tratti il messaggio che si vuole mostrare. Altrove chiazze di colore e cancellature rendono l’immagine poco chiara ma non per questo meno funzionale all’alternarsi delle parti che caratterizzano l’opera dell’artista. Tale alternarsi si basa, essenzialmente, su una serie di soluzioni che rispondono ad esigenze di ordine collettivo, specie se riferite a temi di carattere sociale o politico, oppure ad esigenze personali, legate al proprio vissuto.

Questa dualità, sempre in bilico, è ancor più accentuata proprio dall’alternarsi visivo di scrittura e immagine, o se si preferisce, dalla manifestazione di un linguaggio “verbovisuale” dove ogni confine di distinzione sembra perdersi per lasciare spazio alla forza dell’immagine come luogo del “figurale” (e qui dovremmo scomodare parte della ricerca post/strutturalista di filosofi quali Lyotard o Deleuze), ovvero come capacità “intensiva” di un insieme di elementi che restituiscono allo sguardo un risultato, in termini di emozioni e/o sensazioni inconsce, più immediato e diretto, non subordinato all’ottica di una narratività troppo spesso legata a clichè ridondanti e ripetitivi.
Mi si potrebbe obiettare che le opere di Pavanello siano regolate da una fase di mediazione, dunque di costruzione sin da subito coadiuvata dalla riflessione (tanto più che l’artista è anche un talentuoso scrittore), ma a me piace considerarle anche, e soprattutto, per la loro presenza “scenica”, per la loro consistenza fenomenica in dialogo con lo spazio che le avvolge e ne costituisce l’ossatura. Questa sua capacità di “giocare” con linguaggi diversi rende Giancarlo Pavanello un artista che si “compiace” di una ricerca che, tra le altre cose, appare intrisa di ironia e capacità di leggerezza.

Non a caso anche il titolo per la mostra al Civico 23 “Manga da arredamento”, che certo non mira a decantarne le qualità ma anzi offre un’idea volutamente dissacrante del proprio lavoro, sembra procedere verso questa direzione. A detta dell’autore il termine “manga”, in senso plurale, va inteso nel suo significato originario, ovvero come “immagini fantasiose, eccentriche, senza uno scopo o libere illustrazioni per libri o per opere da parete…” dunque, aggiungerei, semplicemente per arredare! “Quindi”, prosegue l’artista, “restando lontani dall’accezione contemporanea dei manga: i fumetti le cui pagine vanno lette osservandole e leggendole in un insieme come una scrittura ideogrammatica più estesa, con una scrittura vera e propria e con immagini non verbali.”
Naturalmente, giusto per rimarcare quanto detto, il titolo della mostra ha una valenza puramente provocatoria, di certo non sostanziale rispetto alla ricerca di Pavanello sempre attenta e improntata alla continua sperimentazione.”
Angelo D’Amato

