Opere: antologica di Antonio Petti

Sabato 18 aprile, alle 18.30, presso la Galleria Civico 23 a Salerno sarà inaugurata la mostra personale di Antonio Petti curata da Cristina Tafuri dal titolo “Opere”. Come in una piccola antologica saranno presentati alcuni suoi dipinti e chine e 22 busti ceramici che rappresentano l’ultimo lavoro di Petti eseguito presso la ceramica Vietri Scotto a Molina in provincia di Salerno.

Antonio Petti è un disegnatore nato, al disegno, suo prediletto mezzo espressivo, egli è arrivato, si può dire d’istinto. Una vocazione, come scrive Francesco Vincitorio, segreta che è sbocciata all’improvviso a Napoli quando era ancora un ragazzo. La sua opera è caratterizzata da un segno che aggredisce con violenza il dato di realtà, lo corrode e deforma, quasi a spremere un senso riposto, frantumandone la liscia superficie dell’apparenza convenzionale. Filiberto Menna, nell’articolo su Paese Sera del 1983, osserva che nei disegni dei primi anni settanta il segno di Petti si presenta come una fitta ragnatela in cui le immagini restano impigliate e ridotte al denominatore comune di parvenze fantasmatiche, larve, figure mostruose e inquietanti. In seguito la ragnatela cede il posto a sequenze di figure ciascuna ben definita in un proprio contorno ben preciso ricondotta alla semplicità di una silhouette, cambia anche la disposizione dell’insieme perché alla frontalità si sostituisce una visione prevalentemente laterale, alla veduta di gruppo la successione in sequenza. Il figurare allestito da Petti non è “realistico”, cioè elude ad evidenza, come scrive Enrico Crispolti, ogni intenzione puntuale alla descrizione delle immagini, e anzi le trasferisce subito in una configurazione approssimata e sintetica, come le distacca da ogni collocazione ambientale. Le figure sono profilate in un contorno appena lineare, ma acquistano corpo grafico da zonature scure, a volte nere, piatte. Del suo impegno politico, la sua militanza nel partito comunista italiano, in questa vicinanza mai ipocrita, alle persone semplici, nascono i libri illustrati: dal Vangelo di Luca con testo di Dario Micacchi, ai disegni per il Masaniello, al suo Pinocchio, in una sua particolare lettura, ben evidenziata da Luigi Compagnone, di una visione sinistra, malvagia, nella malabolgia sociale che oggi ci danza tutt’intorno il suo legnoso balletto d’ipocrisie e menzogne, configurandosi nei riti di una violenza che non è quella del sangue ma è appunto la violenza delle smorfie ammiccanti e dei morbidi raggiri spietati.
 
Petti percorre da anni la traccia sottile del segno sulla superficie bianca, segue un’idea senza fine con lucida coerenza, penetra il segreto delle forme pure, figure senza tempo e senza età, raccolte in gruppi immobili e pensosi quasi in attesa di un destino più grande di loro che le possa sollevare ad una vita interiore che a loro manca. Nei suoi primi lavori era presente una tradizione di critica di costume, penso a Grosz a Dix, non tanto nel senso di un realismo dissacrante e impietoso, denunciatario in modo diretto, documentario, inequivocabile, quanto piuttosto come istituzione di una sorta di teatro di fatuità, d’invito a considerare il volto della società contemporanea come spettacolo intimamente fittizio. Quando gli anni della rivolta permanente tendono a scemare Petti si interroga allora sul fare pittorico, abbandonare per un momento la china e l’inchiostro, suoi mezzi ideali per scrivere e annotare il suo quotidiano vivere, per avvicinarsi alla pittura che riempie di aria le sue figure. In questi dipinti non è presente quella vis polemica e di rivolta, è, invece, una registrazione dello svolgimento episodico di un’umanità che non grida, non implora, ma domina ogni scena con la forza imponente del suo silenzio. La vita contemporanea non entra nei suoi lavori, è un mondo altro, dove i colori, verde, azzurro, viola, rosa, si fondono per costruire paesaggi quasi fiabeschi, dove per un attimo sembra riposare l’affanno del quotidiano. La sua pittura è fatta mescolando colore al colore, componendo, tono su tono, dei contrasti e delle fusioni, delle ombre e delle luci; è una pittura che esprime, attraverso dei gesti e degli sguardi, un sentimento umano, quello delle persone che vivono, meditano, contemplano, in un’atmosfera ispirata, raggiungendo un respiro vigoroso attraverso larghe spatolate che scandiscono la struttura dell’immagine accentuandone la tensione dinamica. La vita intima ma intensa di Antonio Petti si è traferita su questi piccoli busti di ceramica realizzati qualche anno fa presso la ceramica Vietri Scotto a Molina, dove la materia acquista quasi respiro della pelle e delicatezza della carne. Sono forme chiuse, bianche, compatte che collocandosi nello spazio se ne impossessano delimitandolo nello stesso tempo con la loro dimensione.
 
Questi suoi oggetti candidi, segnati dalle linee nere che contornano ed evidenziano volti, non accettano giochi di luce, ma coinvolgono questi a far corpo con le strutture stesse. Questi volti non si pongono soltanto come un racconto visuale, ma sembrano addentrarsi e collegarsi alle figure simbolo di una certa tradizione, quasi l’interpretazione di un dato sentimento e di un altro mondo. Un linguaggio immediato, quindi, che pone ogni rilievo nel dialogo tra la materia e lo spazio che si amplifica con il suo doppio, perché ognuna di essa è dipinta in ambo i lati. Insistendo su di un unico tema, il volto, quasi linguaggio segnico, Petti intende ancora “parlare” dell’uomo, quasi simbolo della sua sensibilità formale, felice visualizzazione di un’idea ricorrente nella sua mente, e in essa egli esprime il nucleo profondo e originale della sua ispirazione.
 
Cristina Tafuri