Il mondo ormai si è fatto testimone, sia nel bene sia nel male, dell’avvento della tecnologia e del digitale in ogni campo: dal funzionamento amministrativo di uno Stato al trascorrere della nostra vita quotidiana, essi ormai sono divenuti compagni e strumenti del nostro esistere ed anche del nostro creare. L’arte stessa che, come tutti gli ambiti della cultura, intercetta e a volte anticipa tutto, è diventata digitale e lavora e crea utilizzandolo quale suo mezzo creativo.
In questo penultimo incontro, la galleria no profit “Civico 23”, in collaborazione con la galleria A60 di Milano, ci ha regalato un appuntamento della sua rassegna espositiva che riflette tutto questo. Infatti dall’ 08 al 13 Dicembre 2025 ha ospitato l’artista cinese Teng Lingqum con la sua mostra personale “Visioni Digitali”.

La giovane artista ha permesso al pubblico di entrare in contatto e di fruire di opere d’arte digitali, sintesi della sua poetica e che dimostrano la sua costante e sensibile attenzione alle tematiche più attuali. Le opere qui esposte sembrano dialogare con un mondo parallelo che ha bisogno, in qualche modo, di esprimere le proprie emozioni, i propri intenti ed il proprio essere all’esterno di una dimensione “classica” (nell’accezione più positiva del termine), analogica. I suoi strumenti non sono la mano oppure il pennello bensì i mezzi nuovi della tecnologia quali “algoritmi” e “strutture dati” che creano una realtà alternativa con mondi nuovi: alcuni “mondi” vanno visti sia da molto vicino per percepire la miriade di immagini pixelate dai colori vivi sia da lontano per osservare l’immagine nel suo insieme completo; altri mondi invece offuscano e rarefanno l’immagine; altri ancora mostrano lettere di diversa grandezza, tentando di mostrare una certa instabilità dell’agglomerazione della “materia”. Queste opere si propongono quali spazi ibridi: figure umane che vanno verso una sfocatura temporale, composizioni, animali creati dalla combinazione tra ripetizioni e sovrapposizioni, paesaggi sospesi tra realtà e digitale, realizzano uno spazio ibrido tra la fenomenologia della visione ed i meccanismi computazionali.

A differenza di molte opere, qui l’osservatore si ritrova di fronte non soltanto “all’apparire dell’immagine”, ma anche ad osservare le strutture stesse che la compongono, ai meccanismi di potere e di logica che l’hanno creata. La presenza di triangoli, cerchi, punti, lettere e linee, segni grafici ed asterischi fanno parte del mondo digitale, ma allo stesso tempo (e qui ancora una volta ritorna il concetto di ibrido) del mondo della comunicazione simbolica fatta di sintesi e di brevità. Caratteristiche delle sue opere sono la sfocatura, le forme spettrali e le perturbazioni pixellate e nulla è casuale: sono una strategia visiva, dove il “non vedere in modo chiaro” è una forma di resistenza alla costante volontà di catalogazione dell’arte (ed in generale della società odierna) e, nel contesto digitale, al predominio dell’alta risoluzione e la tendenza algoritmica ad incasellare il mondo. La sfocatura dell’immagine ne restituisce la sua instabilità e riflette l’incertezza e la fragilità umana; indebolendo la nitidezza e la precisione dell’immagine, Teng restituisce il processo in divenire dell’immagine e del mondo stesso, un’immagine che si modifica e si evolve così come il mondo.

Le sue opere presentano anche immagini di gruppo dove però i singoli sono ancora una volta sfocati, sovrapposti: la soggettività lascia spazio “all’evanescenza dell’immagine”, quasi fosse una nuvola digitale dove il singolo c’è, ma non crea una struttura ben definita. Questo potrebbe riflettere la società attuale e digitale: una società cosi frammentata e continuamente stimolata da un’infinità di stimoli rischia di divenire un dato numerico per un dato algoritmo sempre più isolata, alla deriva ed incapace di reggere una concentrazione durevole. Teng lo traduce in immagini e l’osservatore, guardando le sue opere, prova un senso di immaterialità ed estraniamento: anche nei paesaggi presenti c’è un distaccamento dal mondo fisico, dove anche i colori e la luce hanno perduto la loro “naturalità” a favore del digitale.
L’arte quindi è destinata a perdere il contatto con la realtà concreta e la sua materialità ed a diventare sempre più effimera? La risposta rimane aperta, ma l’opera di Teng può essere letta come un esperimento dove è presente questo connubio di attrazione ed estraneità dell’immagine: l’immagine è un modo per cercare ed affermare la verità, ma è allo stesso tempo interpretabile in diversi modi ed a volte inaffidabile.
Chiara Avallone

