Cultura e Attualità

La distruzione del Regno delle Due Sicilie e l’aborto del Regno d’Italia

La mattina dell’11 maggio dell’anno 1860 gli abitanti di Marsala si svegliarono con una flotta all’orizzonte, erano le Camicie Rosse, valorosi e  impavidi volontari , reclutati da Giuseppe Garibaldi “eroe dei due mondi” per “liberare” il Meridione d’Italia dalla tirannia di un sovrano straniero.

 Questa è la versione ufficiale, raccontata sui manuali di storia improntati all’ortodossia, prima “filosabauda”, poi “sinistroide” o forse sarebbe meglio dire “sinistra” (ovviamente con tutte le accezioni negative che il termine include), perché non bisogna dimenticare che Garibaldi era socialista e quindi andava a tutti i costi eroicizzato oltre misura dopo la parentesi fascista. Ma si sa che la storia “magistra vitae” semper, ci ha insegnato che spesso sono proprio i buoni a soccombere.

I Mille nient’altro furono che cenciosi e raccogliticci avanzi di galera, reclutati da un losco avventuriero, al secolo Giuseppe Garibaldi, giunti in Sicilia con la voglia di saccheggiare e stuprare, perché non conoscevano altro che uno stile di vita violento e malavitoso e soprattutto perché non avevano niente da perdere. E poi, altra omissione della storiografia ufficiale, la spedizione, anzi le spedizioni (40 per l’esattezza) erano iniziate già nei mesi precedenti e avevano portato in Sicilia 20000 mercenari al soldo dei Piemontesi, sempre accompagnati dalla marina inglese, che aiutò i Savoia a esautorare il re di Napoli per impadronirsi delle miniere di zolfo dell’isola.

E l’eroe dei due mondi? Fu in realtà corsaro, capitano di una sgangherata “garopera”, un barcone da pesca, ribattezzato “Mazzini”, con dodici uomini di equipaggio. Molte sono poi le dicerie sui furti di bestiame, il mercato di schiavi, ma queste sono ipotesi non provate; in ogni caso non lo definirei propriamente  uno stinco di Santo e  va anche detto che in America Latina non viene ricordato come un eroe.

La spedizione dei Mille fu un successo, o per peggio dire, una carneficina e l’eccidio di Bronte perpetrato da Nino Bixio (soprannominato la belva… non sarà un caso) basta da solo a dare una cifra dell’accaduto, in particolar modo l’uccisione del povero  Fraiunco, che già dal nome fa intendere di essere stato al massimo lo scemo del paese più che un pericoloso brigante. “All’alba del 10 agosto, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione. Alla scarica di fucileria morirono tutti ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco che risultò incolume. Il poveretto, nell’illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e così morì, colpevole solo di aver suonato una trombetta di latta”. Per ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.

Il trionfale cammino degli eroi si concluse poi a Napoli con il plebiscito (Saddam Hussein ante litteram) a seguito del quale Garibaldi assunse la dittatura delle Due Sicilie… ma non era venuto a liberare il regno da un Tiranno, per di più straniero?

Niente di più falso. I Borbone erano sì di origini spagnole, ma Carlo III era un Farnese da parte di madre e tutti i suoi discendenti, a partire da Ferdinando il nasone nacquero e crebbero tutti a Napoli; oggi definiremmo Carlo III un oriundo e  per suo figlio si userebbe la definizione “di seconda generazione”. I Savoiardi invece erano e rimasero francesi, per provenienza geografica, per mentalità e per abitudini… Vittorio Emanuele II nel celebrare la definitiva unità del territorio peninsulare dopo l’invasione di Roma, anche lo Stato Pontificio era uno stato sovrano e indipendente, offrì un lauto banchetto con piatti francesi, cucinati da chef francesi, con menù interamente scritto in francese, e che cavolo almeno per far vedere…

Però l’impresa, nonostante le numerose lunghissime ombre, fu lo stesso memorabile; 1000 uomini che sconfissero un intero corpo militare, esercito, marina, guardie reali. Peccato però che il grosso del lavoro sia stato compiuto dalla marina inglese, la più forte del mondo all’epoca, dalla Massoneria, di cui il re di Napoli non faceva parte, a differenza di Vittorio Emanuele II, dalla diplomazia internazionale che si adoperò in tutti i modi per corrompere le aristocrazie locali, lo Stato Maggiore dell’esercito duosiciliano e da Mafia e Camorra, emarginati dai Borbone in seguito istituzionalizzati dai Sabaudi liberatori.

Però infine il passaggio di consegne da Garibaldi al “re galantuomo” sortì gli effetti desiderati di sollevare la popolazione dalla miseria per volare verso “le magnifiche sorti e progressive” della neonata Italia, vagheggiata da secoli da poeti e filosofi.

Peccato che neanche questo sia del tutto vero. Il primo disastroso bilancio dell’Italia unita fu uno spaventoso debito pubblico  che dal 1862  al 1864 superò i 300 milioni di lire. Il deficit arrivò al culmine nel 1866 con un valore pari a 543 milioni, non c’è che dire, proprio un buon inizio. A tale proposito si è sempre detto che la colpa era di un sud povero e arretrato, ma fu davvero così?

Ovviamente anche questa è una domanda retorica. Basterà citare una data, il 31 Maggio 1860: il giorno  del saccheggio del Banco di Sicilia da parte di Garibaldi che pretese la consegna del malloppo come imprescindibile per la firma di un armistizio; soldi che il giorno successivo erano già in mani savoiarde.

“Il primo giugno Francesco Crispi e Domenico Peranni (ultimo tesoriere di nomina borbonica, ben presto e per breve tempo Ministro delle Finanze della dittatura garibaldina) ricevettero nel palazzo delle finanze, dallo stesso generale Lanza e in presenza di funzionari, la somme che vi erano custodite. Complessivamente 5 milioni 444 ducati e 30 grani. E poiché nella monetazione siciliana un ducato, equivalente a dieci tarì, corrispondeva al cambio in lire italiane a 4,20, la somma complessiva ammontava a 22 milioni 864mila 801 ducati e 26 centesimi pari a 166 miliardi 962 milioni 738mila 984 lire che tradotti in euro fa 86 milioni 229 058 e 44 centesimi. Un importo complessivo costituito dai depositi dei privati tranne 112 mila 286 ducati di pertinenza erariale. Una somma enorme equivalente a quasi metà delle spese sostenute nella guerra franco piemontese del 1859 contro l’Austria”.  (Lucio Zinna Il caso Nievo )

Meridionali ricchi, ma rozzi e culturalmente arretrati? Ancora una volta la risposta è no. Va certamente detto che le sacche di povertà e ignoranza esistevano in tutto il sud, ma non se la passavano meglio i Padani, impaludati divoratori di verza e  grasso di maiale, così come i vaccari piemontesi confinati sulle Prealpi nei loro tuguri di pietra. 

E il confronto delle economie, fatto con una ricerca seria e scrupolosa risulta impietoso, a danno del nord. Prima dell’annessione, il Regno delle Due Sicilie, nel settore dell’industria contava 2 milioni di occupati a fronte dei 400.000 della Lombardia, possedendo 443 milioni di moneta in oro, ossia l’85% delle riserve auree di tutte le province.

E dal punto di vista culturale ? Qui basterà  citare fare un semplice elenco stilato da Gennaro De Crescenzo ne “Le industrie del Regno di Napoli” per mettere in evidenza tutti i primati duosiciliani:

1735. Prima Cattedra di Astronomia in Italia.
1737. Costruzione S.Carlo di Napoli, il più antico teatro d’Opera al mondo ancora operante.
1754. Prima Cattedra di Economia al mondo, assegnata ad Antonio Genovesi.
1762. Accademia di Architettura, tra le prime in Europa.
1763. Primo Cimitero Italiano per poveri (Cimitero delle 366 fosse).
1781. Primo Codice Marittimo del mondo.
1782. Primo intervento in Italia di Profilassi Antitubercolare.
1783. Primo Cimitero in Europa per tutte le classi sociali (Palermo).
1789. Prima assegnazione di “Case Popolari” in Italia (San Leucio a Caserta).
1789. Prima assistenza sanitaria gratuita (San Leucio).
1792. Primo Atlante Marittimo nel mondo (Atlante Due Sicilie).
1801. Primo Museo Mineralogico del mondo.
1807. Primo Orto Botanico in Italia a Napoli.
1812. Prima Scuola di Ballo in Italia, gestita dal San Carlo.
1813. Primo Ospedale Psichiatrico in Italia (Real Morotrofio di Aversa).
1818. Prima nave a vapore nel mediterraneo “Ferdinando I”.
1819. Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte.
1832. Primo Ponte sospeso, in ferro, in Europa sul fiume Garigliano.
1833. Prima Nave da crociera in Europa “Francesco I”.
1835. Primo Istituto Italiano per sordomuti.
1836. Prima Compagnia di Navigazione a vapore nel mediterraneo.
1839. Prima Ferrovia Italiana, tratto Napoli-Portici.
1839. Prima illuminazione a gas in una città città italiana (Napoli), terza dopo Parigi e Londra.
1840. Prima fabbrica metalmeccanica d’ Italia per numero di operai (Pietrarsa).
1841. Primo Centro Sismologico in Italia, sul Vesuvio.
1841. Primo sistema a fari lenticolari a luce costante in Italia.
1843. Prima Nave da guerra a vapore d’ Italia “Ercole”.
1843. Primo Periodico Psichiatrico italiano, pubblicato al Reale Morotrofio di Aversa.
1845. Primo Osservatorio meteorologico d’Italia.
1845. Prima Locomotiva a vapore costruita in Italia a Pietrarsa.
1852. Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (Napoli).
1852. Primo Telegrafo Elettrico in Italia.
1852. Primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia, a Capodimonte.
1853. Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l’America (il “Sicilia”).
1853. Prima applicazione dei princìpi della Scuola Positiva Penale per il recupero dei malviventi.
1856. Expò di Parigi, terzo paese al mondo per sviluppo industriale.
1856. Primo Premio Internazionale per la produzione di Pasta.
1856. Primo Premio Internazionale per la lavorazione di coralli.
1856. Primo sismografo elettrico al mondo, costruito da Luigi Palmieri.
1860. Prima Flotta Mercantile e Militare d’Italia.
1860. Prima Nave ad elica in Italia “Monarca”.
1860. La più grande industria navale d’Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia).
1860. Primo tra gli stati italiani per numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e formazione.
1860. La più bassa mortalità infantile d’Italia.
1860. La più alta percentuale di medici per numero di abitanti in Italia.
1860. Primo piano regolatore in Italia, per la città di Napoli.
1860. Prima città d’Italia per numero di Teatri (Napoli).
1860. Prima città d’Italia per numero di Tipografie (Napoli).
1860. Prima città d’Italia per di Pubblicazioni di Giornali e Riviste (Napoli).
1860. Primo Corpo dei Pompieri d’Italia.
1860. Prima città d’Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli).
1860. Primo Stato Italiano per quantità di Lire-oro conservata nei banchi Nazionali (443 milioni, su un totale 668 milioni messi insieme da tutti gli stati italiani, compreso il Regno delle Due Sicilie).
1860. La più alta quotazione di rendita dei Titoli di Stato.
1860. Il minore carico Tributario Erariale in Europa.

Ma allora viene da chiedersi, da chi e da cosa dovevano essere liberate le popolazioni meridionali? E perché negli anni successivi al raggiungimento della tanto agognata unità d’Italia, tanta gente continuava una ostinata ribellione antipiemontese? Fu liberazione o invasione? E siamo proprio sicuri che si trattasse di Brigantaggio o forse a questo punto  bisognerebbe usare il termine Resistenza?

Si trattò di una distruzione voluta, programmata e sistematica, che andò avanti per oltre 20 anni e ridusse il più florido stato della penisola nella miseria e nel degrado. Le fabbriche furono chiuse,  in alcuni casi distrutte,  i giovani coscritti o deportati, furono inviati i soldati a reprimere il dissenso e furono compiute stragi indicibili. 

Cosa dire delle fabbriche: nello stesso 1860, anno dell’invasione, mentre la Guardia Cittadina di Don Liborio si piazzava a pochi passi dalla stazione di Portici per rubare merci e denari in nome di “Zio Peppe” Garibaldi, l’Officina di Pietrarsa continuava a produrre e riparare treni per l’Italia e per l’estero, tanto da diventare immediatamente oggetto di discussione nel parlamento di Torino, che si concluse con la famosa frase di Carlo Bombrini, uomo di fiducia di Cavour e redattore del piano di riassesto economico post-Unità, che disse “Il Sud Italia non dovrà essere più in grado di intraprendere“. Fu rapidamente messo in atto il piano politico piemontese, volto ad agevolare le industrie del nord che non avrebbero mai potuto reggere la concorrenza degli operai napoletani: il caso volle che proprio Bombrini fosse anche comproprietario dell’industria concorrente, la Ansaldo che dal 1860 in poi prese in carico tutte le commissioni di Pietrarsa.

Stessa sorte toccò alle ferriere di Mongiana, polo siderurgico calabrese che prima dell’unità davano lavoro e vita a tutto il circondario e che furono letteralmente rase al suolo per favorire la siderurgia ligure, tant’è che l’Ansaldo (sempre Bombrini), che prima del 1860 contava la metà dei dipendenti di Mongiana, a Italia fatta li raddoppia, mentre, allo stesso tempo, sono dimezzati quelli del Meridione.  Il Mezzogiorno perse di colpo l’apparato industriale e non poté reggersi  sulla sola agricoltura, perché neppure quella fu sviluppata.  Se oggi il Sud è degradato e più lento del Nord,  le ragioni più profonde sono da ricercare nel processo unitario. 
 Parole  di fuoco pronunciò  Nicola Zitara, meridionalista calabrese, su quella “strage” che lo Stato  appena nato fece  in Calabria: “L’unità d’Italia ha tutt’altro che occidentalizzato il Mezzogiorno. L’unificazione del mercato nazionale gli   ha spezzato le reni”.
Ne “L’Italia che distrusse le ferriere del Sud”, Romano Pitaro scrive: “Migliaia di famiglie finirono sul lastrico e la distruzione della  dell’industria delle Serre  alimentata da minerali ferrosi delle sue rocce,  organizzata da tecnici e operai del luogo, alimentata con  energia ricavata dai suoi ricchi e  splendidi  boschi. Un’industria d’interesse strategico per il Regno delle due Sicilie fu cancellata con un tratto di penna. E un’area della Calabria  condannata all’inedia e alla fuga”.

Come se non bastasse, la “meglio gioventù” meridionale fu sottratta ai campi e impiegata in una serie infinita di guerre (molti non tornarono), prima fra tutte la terza guerra d’indipendenza, che nulla portarono al Meridione, se non a un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita.

E che dire delle deportazioni, ancora oggi vergognosamente nascosti da una storiografia prezzolata; tristemente noto il carcere di Fenestrelle, la seconda struttura fortificata più grande del mondo dopo la Grande Muraglia Cinese, dove furono imprigionati e morirono centinaia di miglia di prigionieri meridionali. 

“Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica” (Stefania Maffeo “Il tallone di ferro dei Savoia”).

E per concludere indegnamente questa rassegna delle infamie, citeremo soltanto il generale Enrico Cialdini, che si macchiò di veri e propri crimini contro l’umanità avvelenando e massacrando migliaia e migliaia di civili inermi, operando una feroce e smisurata repressione al di là di ogni umana immaginazione e che ebbe l’aberrante primato di operare la prima guerra batteriologica della storia moderna, infettando le acque della città di Gaeta assediata con il morbo del tifo che,
in breve, ne decimò gli abitanti costringendo il Legittimo Governo alla resa. Dal tifo e dalle bombe di Gaeta che per mesi caddero a migliaia, giorno e notte, e senza pietà su tutto quanto capitava (affermava con sadismo: “le bombe non hanno occhi”), egli passò alla repressione delle rivolte delle popolazioni del Sud ribelle agli invasori (affermava con disprezzo: “L’ordine è quello di fucilare qualunque beduino trovato in possesso d’armi”). 

…E divenimmo meridionali.

 

Francesco Martini