LUCI ATTRAVERSO LE CREPE: una riflessione sull’esperienza visiva

La percezione subordinata alla “buona forma” dei gelstaltisti dovrebbe già configurarsi, strutturalmente, in un principio di equilibrio e semplicità. Con la Teoria della Forma la percezione si “costruisce” su un’astrazione congenita: per nostra stessa natura, noi tutti, siamo portati ad “astrarre” da un oggetto (animato o inanimato che sia) una forma che abbia caratteristiche semplici di comprensione. In realtà Gilbert Simondon preferisce il termine di “informazione” piuttosto che di “forma”, ma di un’informazione non intesa come quantità, né come qualità, ma come intensità. Il termine intensità gioca un ruolo fondamentale nell’ambito della percezione poiché si allontana tanto dalla necessità di vedere ogni particolare dell’immagine, quanto dall’esigenza di vederla in modo chiaro e leggibile. Vedere in dettaglio non implica un aspetto coinvolgente con l’immagine né, tantomeno, il vedere in maniera rigorosa, senza difetti, può migliorarne l’aspetto espressivo.

La percezione si costruisce nel rapporto tra il soggetto e il campo nel quale il soggetto si muove; la teoria dell’informazione su base intensiva, di cui si parlava, procede attraverso un lavoro visivo che appare come risoluzione di un “conflitto”, non certo come risultato di una situazione di passiva ricezione. Dunque la percezione non implica un rapporto con la cosa percepita, immagine o realtà fisica che sia, scevra da implicazioni personali, da stati d’animo e preferenze soggettive. In questo contesto la percezione rientra in un processo metastabile, di riferimento all’interno di un continuo cambiamento; ciò che l’essere coglie nell’oggetto fisico è una certa qualità o intensità che scandisce le tappe di una scoperta. Potremmo affermare che una percezione strutturata metastabilmente costituisce un momentaneo arresto in funzione di un perpetuo divenire.

Anche al cospetto delle opere dell’artista Bao Fusheng ci si trova dinnanzi ad una instabilità della percezione, o meglio ci si rende conto come luce, colore e forma, nel dissolversi e ricomporsi, possono diventare oggetto di una visione straordinariamente versatile rispetto alla nostra capacità di “assorbire” le campiture e di interpretarle. È pensare che la riuscita di queste opere è affidata ad una casualità diventata metodo di ricerca sulla luce. Le opere di Bao Fusheng sono “virtuali” nel senso che lasciano spazio alla metamorfosi, al cambiamento, in una costruzione avulsa da qualsiasi forma di definizione. Definizione che renderebbe l’opera etichettabile come risultato di una struttura rigida e prevedibile. È bello essere accolti in queste “slabbrature”, perdersi in una situazione di assoluta precarietà ottica, tra segni di luce che tracciano linee dando luogo a superfici cromatiche che ci restituiscono un’idea di sublime, soprattutto grazie ad una propensione ottica verso una dimensione eterea, spirituale, immersiva.

Angelo D’Amato