UNMASTERED BONES Personale di Federico Federici

La mostra UNMASTERED BONES dell’artista Federico Federici prende ispirazione dall’omonima suite jazz pubblicata nel 1956 da Charles Mingus. L’inaugurazione prevista per sabato 8 novembre alle ore 18.30 introdurrà il visitatore nello spazio della galleria Civico 23 in una dimensione costituita da fogli di carta alluvionata, dove tracce di asemica origine sostituiscono l’assenza di una partitura, così da aprire nuovi scenari attraverso un linguaggio che sembra opacizzarsi in funzione di una autoreferenzialità ormai svincolata dal dominio del suo autore.

Una descrizione del progetto, redatta dallo stesso Federici, accoglierà il visitatore: “Unmastered Bones si ispira all’omonima suite jazz pubblicata nel 1956 da Charles Mingus, vero e proprio manifesto politico e antropologico articolato in quattro quadri musicali, corrispondenti ad altrettante fasi della storia umana (evoluzione, complesso di superiorità, declino, distruzione). La tecnica compositiva consiste in un’improvvisazione strutturata, in cui il pentagramma è sostituito da una partitura mentale, comunicata oralmente o suggerita al pianoforte. Ogni brano, pur definito da parametri precisi (scale, progressioni, atmosfera), resta libero nell’interpretazione dei solisti, ai quali è affidato lo sviluppo tematico.
Nel 2018, in un libro d’artista, ho esteso questo approccio all’ambito asemico, identificando l’assenza di una partitura con quella di un codice linguistico. Ne è scaturita una spietata caricatura del complesso di superiorità dell’ominide che, convinto di imporsi su tutto e sui propri simili attraverso il linguaggio, si trova intrappolato in una trama di segni sempre meno diversificati e verificabili, che finiscono per svuotarsi a vicenda.

Non riproporre quell’originale è un’altra scelta programmatica. Le pagine qui esposte provengono dai plichi di una cartiera alluvionata. L’acqua ne ha ridefinito il senso: ciò che era matrice di stampa o di scrittura ha assunto forma di reperto; ciò che era documento ha perso la funzione originaria. Distruzione e usura, dovute all’impeto del fiume e ad anni di abbandono in terra, non rappresentano però difetti o perdita di valore, ma elementi di un nuovo stato liminale.
Riprodurre il catalogo su tali fogli attraverso un toner esausto rimanda per analogia a un principio compositivo affine a quello di Mingus: si tratta, infatti, di consegnare all’arte materiali riattivabili, di nuovi abbozzi in grado di riaccendere l’atto creativo. In questa condizione tra disordine e frammento, la stratificazione asemica si accresce come una leggera fioritura della carta, un frattale inarrestabile sospeso tra contenuto e materia senza il controllo di una lingua o di un modello di riferimento.

Questa dinamica di riscrittura rimanda all’esperienza di una sala prove aperta su una strada in cui, intorno allo spartito, rimbalzano, senza fissarsi, rumori di sottofondo, tra i microfoni disseminati nell’ambiente che documentano l’evento. Orientati più dalle dinamiche del senso che da un’effettiva finalità autoriale, gli esemplari esposti si smarcano dal rischio di confondersi con un “secondo originale”, restituiti a una pura condizione strumentale. Del resto, mostrare qualcos’altro non equivale a rimpiazzare ciò che manca. Come sottolinea Mingus: «You can’t improvise on nothing, you gotta improvise on something».
Si realizza così un parallelismo forte con la fase distruttiva, intesa qui come dissoluzione dell’oggetto-opera e riemersione di un processo indefinitamente sospeso ma praticabile.
Mettere l’originale fuori gioco, anche rispetto agli esiti di una mostra, si traduce in un guadagno critico analogo a quello prodotto dalla scrittura asemica nella delegittimazione del segno. La decostruzione di un libro rappresenta dunque un fertile disallineamento di prospettiva, in cui l’opera si ricompone nella propria instabilità cronica, al riparo dall’usura del moderno e del contemporaneo. L’esito, concettualmente immateriale, si rivela, per assurdo, più desiderabile ma non collezionabile, sciolto dai vincoli di accumulo simbolico o economico del valore di mercato.”

Angelo D’Amato